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Comune di Marcon

Città Metropolitana di Venezia - Regione del Veneto


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Cenni storici

DALLE ORIGINI  ALL’IMPERO ROMANO

La presenza dell’uomo nel territorio di Marcon affonda le sue radici in epoche lontane. Ne sono prova: la contiguità con Altino, importante città  paleo veneta prima e romana poi posta ai bordi della laguna veneta,  il coinvolgimento della zona nella rete viaria locale come il  decumano massimo della centuriazione altinate e l’attraversamento, anche se periferico rispetto agli attuali centri marconesi, della via Annia, storica arteria che da Padova si dirigeva verso Aquileia. Confermano inoltre quest’origine i numerosi reperti  archeologici  che, soprattutto in passato, affioravano tra i campi  in alcune aree del comune.
Marcon quindi seguì, almeno  fino all’avvento  del cristianesimo,  le vicende della città di  Altino. Negli anni della decadenza dell’impero romano, nei primi secoli dell’era cristiana, è documentata, proprio nelle vicinanze della sede vescovile di quella città, sulla riva destra del fiume Zero in località Povegliano, l’attuale Poian in comune di Marcon, un importante pieve  paleocristiana dedicata a Santa Maria. Da essa dipendevano alcune cappelle del territorio tra cui in seguito fece capo anche quella di San Bartolomeo di Gaggio. Nel 1432 il  vescovo di Treviso, alla cui diocesi appartenevano le anime dei marconesi, fece sopprimere  tale pieve  perché ormai ridotta  in ricovero per animali e i pochi fedeli rimasti con quelli di Gaggio vennero uniti alla chiesa di Marcon.

DAL MEDIOEVO ALLA CADUTA DELLA REPUBBLICA DI VENEZIA

A seguito delle migrazioni dei popoli germanici e  delle incursioni degli Unni, con la decadenza  della città di Altino, anche il territorio marconese  conobbe l’abbandono. Le sue campagne, in particolare quelle  racchiuse tra i fiumi Zero e Dese, non più regolate dall’opera dell’uomo, divennero facile dominio delle acque lasciando  spazio a paludi e boschi tanto da confondersi con la confinante area lagunare. Tale caratteristica persistette  per secoli  rendendo quasi impossibile la  presenza dell’uomo soprattutto  nella parte orientale dell’attuale comune. I pochi abitanti si stanziarono soprattutto nell’area restante perlopiù in case sparse dando corpo ai piccoli villaggi di Gaggio e Marcon, rappresentati rispettivamente dalle cappelle di San Bartolomeo e di San Giorgio. Le  prime attestazioni sull’esistenza  di queste località  si ritrovano a partire dalla fine del X secolo, in particolare su due documenti quasi contemporanei. Il primo è un diploma dell’imperatore Ottone I, dove si parla  di un luogo denominato Gaidum  riconosciuto in proprietà ai nobili Collalto. Il secondo del 997, consistente nell’atto di fondazione del monastero benedettino di Santa Maria di Mogliano, dove si tramanda di terre incolte situate tra Dese, Gaggio e il fiume Zermanson. Il toponimo Gaggio è  quindi provato ancor prima  dell’anno Mille.  Del resto, la sua stessa derivazione lessicale ci riporta  alla conquista longobarda nel Veneto nella cui lingua  significa “ bosco o boscaglia”. 

La prima testimonianza, invece, di un villaggio chiamato Marcon con la cappella di San Giorgio si ha all’interno di un elenco di dipendenze del Monastero benedettino di Santa Maria Assunta di Mogliano  e porta la data del 1177. Da allora, ma sicuramente ancor prima, il territorio marconese  rimase legato alla vicina abbazia moglianese fino alla sua soppressione decretata dalle leggi napoleoniche del 1806. I seguaci di San Benedetto, prima i monaci e poi le monache che li sostituirono, dall’inizio della loro presenza operarono per il risanamento del territorio marconese, favorendo la formazione sul sito di una comunità rurale e gestendola direttamente o attraverso dei propri rappresentanti.  Infatti, oltre al potere religioso che attuavano in particolare con la nomina dei presbiteri che avevano in cura le anime dei marconesi, influivano sulla  vita economica ed esercitavano la giustizia. A partire dalla fine del ‘400, però, il loro potere, pur conservando il diritto di nominare i sacerdoti,  venne meno. L’affermazione del dominio della Repubblica di Venezia in terraferma, che vide il territorio marconese incluso giuridicamente nella  Podesteria di Mestre appartenente alla Marca Trevigiana, ad esclusione della parte orientale che rimase sotto il Dogado, portò a un radicale cambiamento. I villaggi  vennero governati da un meriga, antesignano del  sindaco, che a nome di tutti i capifamiglia manteneva i contatti con il podestà e si occupava dei problemi della Villa.  Nel corso del XVI secolo, poi,  le monache che avevano abbandonato il monastero di Mogliano e si erano ritirate in quello di  Treviso non riuscirono più a controllare i loro beni che passarono alla nobiltà veneziana. I principali proprietari delle terre marconesi divennero da allora   i nobili Priuli, i Grimani, e  i borghesi Negri e Valentini. In particolare questi ultimi con gli Astori, a partire dalla seconda metà del 1600, furono i principali artefici della vita economica locale. Eressero una villa, l’unica del territorio, con accanto uno splendido tempietto, ancor oggi conservato e dedicato al Transito di San Giuseppe ed  estesero le loro proprietà su gran parte dei villaggi di Marcon  e di Gaggio.  In questi secoli vennero ristrutturate le due chiese parrocchiali arricchite di particolari opere artistiche. La chiesa di San Giorgio di Marcon custodisce ancor oggi una croce astile della fine del ‘400 con riprodotto il patrono San Giorgio, un prezioso tabernacolo a muro di stile sansoviniano e uno splendido paliotto d’altare intarsiato della fine del 1600. La parrocchiale di Gaggio conserva, tra le tante opere pittoriche, una pala del cinquecentesco artista  trevigiano Francesco Bissolo rappresentante il patrono San Bartolomeo. 

DA NAPOLEONE ALL’UNITA’ D’ITALIA

Con la caduta della Repubblica di Venezia, durante il napoleonico regno Italico vennero creati il comune di Marcon e di Gaggio, dipendenti dalla municipalità di Mogliano.  Con il governo napoleonico arriva anche l’ istituzione della prima scuola elementare per i bambini dei due villaggi, ripresa e poi ampliata dopo il 1815 dal governo austriaco. Durante la seconda dominazione austriaca, Marcon divenne un comune autonomo del distretto di Mestre, con l’aggregazione della frazione di Gaggio. L’annessione del Veneto al regno d’Italia nel 1866 non portò grandi mutamenti.  Tutti i problemi del tempo sotto l’aspetto sanitario, economico ed abitativo divennero più pressanti. La malaria, la pellagra, la scarsità di lavoro e le abitazioni malsane affliggevano pesantemente gli abitanti di Marcon. Gli amministratori, rappresentanti delle classi padronali che non risiedevano nel comune, fecero ben poco per risollevare la situazione. Impiegarono anni prima di realizzare un edificio scolastico e una sede municipale e ben quarant’anni per il risanamento dell’area paludosa. Nel 1886 la costruzione della linea ferroviaria Mestre Portogruaro con fermata a Gaggio non portò grossi vantaggi alla popolazione locale, tanto che partire dal 1877 si registrò una forte spinta migratoria, caratterizzata anche da drammatiche vicende di truffe ai danni dei numerosi  contadini che tentavano di partire verso il Brasile.

IL ‘900

Nel 1910 un curioso manuale approntato dal servizio di spionaggio per gli ufficiali dell’esercito asburgico così descrive Marcon: “ capoluogo di comune con grande mulino ad acqua,1308 abitanti chiesa con campanile di media altezza”  (Descrizione del piano di attacco austriaco contro Venezia, , Marsilio editore, 2001).

Ma il Novecento è un secolo di profondi cambiamenti anche per Marcon ad iniziare dagli anni della Grande guerra. Infatti oltre alla partenza dei richiamati alle armi, che privò le famiglie della forza lavoro, il territorio diventa parte integrante del sistema difensivo della Piazza di Venezia. In paese vi fu un intenso passaggio di truppe  e l’insediamento di due batterie di artiglieria.  Alla fine del 1916, in località Cavalli, si segnala  la costruzione di un campo di volo per i grandi bombardieri Caproni della Regia Marina utilizzati per gli attacchi alle basi della marina austroungarica di Pola, Fiume e Trieste, ultima espansione in terraferma del Campo trincerato di Mestre . Dopo lo sfondamento di Caporetto il campo di volo passò alle forze dell’Esercito in particolare della Terza Armata, ospitando fino alla fine  della guerra numerose  Squadriglie tra cui la 77° e l’80° con i loro assi Cabruna, Lombardi e il sicuramente più noto Giannino Ancillotto di San Donà di Piave, immortalato sulle copertine del Corriere della Sera mentre abbatte un Draken austriaco. Sempre dal campo di Marcon operavano i velivoli della “Sezione P” della terza armata, incaricati di portare e recuperare agenti informatori che operavano oltre le linee del Piave. Più volte vi fu ospite anche il poeta Gabriele D’Annunzio che ne ha lasciato menzione sui suoi diari. La vicinanza del fronte comporterà anche per Marcon un ulteriore significativa presenza di strutture militari tra le quali si ricorda un ospedale in località Poian  nella cascina del Barone Treves,  e l’ampliamento  del cimitero di Gaggio per la sepoltura dei caduti. Alla fine del conflitto il campo di volo venne subito dimesso e impiegato come deposito di artiglieria, particolarità che, unico caso al mondo, ne ha permesso la conservazione delle strutture originarie del 1916, ancora oggi presenti anche se in cattivo stato e costituite da alcuni hangar, la palazzina dei piloti e quella della truppa, alcuni edifici di servizio (cucina, lavanderia, prigione).

Alla fine  del conflitto per iniziativa di alcuni proprietari  presero avvio i lavori di bonifica dell’area orientale del comune che terminò intorno agli anni Trenta caratterizzando il paesaggio con i suoi canali di scolo, i collettori, gli alti argini dello Zero e del Dese che qui scorrono pensili, e la idrovora di Zuccarello, significativa testimonianza di archeologia industriale completata nel 1928. La bonifica portò la fine della diffusione della malaria e l’insediamento di tante famiglie contadine provenienti anche da fuori regione. Durante l’era fascista si registrò un significativo aumento della popolazione in particolare nell’area di bonifica, ma quel regime non diede alcun sviluppo e volto urbanistico ai due paesi.

La Seconda guerra mondiale fu un’esperienza durissima.  La guerra non fu solo nei vari fronti, ma anche in casa con bombardamenti aerei e operazioni di lotta partigiana. Quest’ultima causò la distruzione del Municipio con conseguenti rappresaglie fasciste. Marcon diede il suo contributo alla lotta di Liberazione con il sacrificio di Ettore e Dolfino Ortolan, quest’ultimo medaglia d’argento, caduti in uno scontro con i nazifascisti.

La ripresa fu difficile. Negli anni Cinquanta la popolazione conosce una continua diminuzione  nonostante il consolidarsi nella zona di bonifica della frazione di San Liberale che ufficialmente viene istituita come parrocchia nel 1953. Denatalità, abbandono delle campagne e conseguente emigrazione verso Mestre e le zone industriali del Nord Italia sono le cause più vistose di questo decremento. Dai primi anni Sessanta, però, quest’esodo si ferma e sorgono alcuni insediamenti industriali  ed artigianali che vengono ad affiancarsi alle uniche originali attività manifatturiere legate alle fornaci di laterizi che fin dai primo del ‘900 interessano il comune contraddistinguendone il panorama con le alte canore delle fornaci e le numerose cave d’argilla. Di questa attività oggi restano quali affascinante testimonianza di archeologia industriale: una vecchia fornace in località Cavalli, a ridosso del vecchio campo di volo e la cui canora ben si distingue già alle spalle degli hangar in alcune fotografie del 1917/18 e due cave senili (Gaggio nord e Praello) oggi divenute aree protette dalla normativa europea per la presenza di specie a rischio estinzione sia vegetali che animali, il cui fascino naturalistico/ambientale, non è meno importante delle specie conservate. L’area di Gaggio nord, per 13 ettari è oggi interessata da un’oasi a protezione spinta gestita dalla Lipu (Lega Italiana protezione Uccelli) e per altri 40 ettari è stata oggetto di un piano di ricomposizione ambientale legato ad interventi di fitodepurazione e riqualificazione fluviale che ha interessato il fiume Zero che la confina a nord, e che ha prodotto un ulteriore allargamento delle aree umide ed un’espansione delle aree di fruizione e tutela. Negli anni ’70 del ‘900, il territorio viene interessato, anche solo per l’attraversamento,  da nuove vie di comunicazione  come l’ autostrada  Venezia -  Trieste e la Venezia - Vittorio Veneto. Lo sviluppo in tutti i settori da quello economico a quello demografico ed edilizio prende forza a partire dal  1970,  trasformando rapidamente il comune di Marcon da realtà prettamente agricola e periferica in una area urbana.

Testo a cura di Luigino Scroccaro

 

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